Trecento piastre
Romano Pigozzi
UDITE! UDITE! «Udite! Udite!» L’araldo, un Goblin talmente vecchio che aveva la pelle attaccata direttamente alle ossa, urlava con voce stridula. In piedi su di un carro malfermo agitava una serie di fogli ingialliti. «Udite!» «Udite tutti, cittadini di Galthos!» «Oggi è giorno d’affissione! Rubagalline, ladri, assassini…tutto il meglio che la feccia del Limite Sottile possa offrire! Immagini e ricompense: a disposizione per chiunque abbia il coraggio d’incassarle.» Il Goblin si sgolava indicando i manifesti appena appesi. «Taglie di valore legale, emesse dalle onorevoli Prefetture e pagate in contanti alla consegna!…Vai adesso, idiota! Sposta questo maledetto carro…non abbiamo tutto il giorno…» inveì nei confronti del conducente seduto a cassetta. Gildah si mosse nella folla di curiosi che si era accalcata a sbirciare i volti che comparivano sugli avvisi. Aveva già individuato i Cacciatori che come lei erano veramente interessati agli affari. Di sicuro i due Orsi Mangiaossi armati fino ai denti e il gruppo di Gnomi con le divise sgualcite. Era in dubbio su una figura intabarrata in un lungo mantello nero con il cappuccio alzato che giocherellava con l’impugnatura intarsiata di una spada. Si fece avanti prima che qualcuno potesse notarla e strappò uno degli avvisi. “Trecento piastre…non male…» mormorò allontanandosi. MAPPE E INCANTESIMI Gildah stese la mappa sul basso tavolo di quercia grigia. Prese dalla tasca l’immagine che aveva strappato dalla bacheca degli avvisi. «Emessa da Portoscudo. Trecento piastre di Schial, pagabili da tutte le prefetture del Limite» lesse. Il viso scavato di Ronfo lo Gnomo le sorrideva sornione. Il naso storto gli conferiva una nota simpatica. “Barba curata e corta come i guerrieri del Piccolo Popolo…probabilmente è un ex soldato” pensò posando l’immagine sopra la cartina. Aprì la tasca segreta della tunica, estrasse la bacchetta e chiuse gli occhi. Svuotò la mente e andò a cercare nei meandri della memoria il rito giusto. Si ritrovò a Piccoscuro tra una schiera di Streghe Vampiro che salmodiavano. Vide Bithorza, la Regina, alzare la voce e intimare a tutte di recitare la formula con la giusta intonazione. Un’altra vita…lontana…molto lontana… «Arfan…sol…veridade…» mormorò seguendo la formula che le si formava nella mente. L’immagine dello Gnomo s’illuminò sollevandosi dalla mappa. I contorni del profilo iniziarono a sfrigolare, come se stessero per bruciare e il volto divenne tridimensionale. Una luce azzurra scaturì dalla punta della bacchetta e colpì la fronte dello Gnomo attraversandola e fermandosi su un punto della mappa. Gildah sentì la bacchetta fremere come se volesse volare via, ma conosceva bene quella sensazione e strinse la presa. Il raggio si mosse disegnando righe brunite sulla mappa. Poi di colpo si spense. L’energia magica che permeava la stanza si riassorbì attraverso la bacchetta e Gildah si accasciò sulla sedia con la fronte madida di sudore. Si sentiva svuotata. «Un giorno ci resterò secca…» sussurrò portandosi le mani al volto. Desiderava solo sdraiarsi sul letto e recuperare le forze, ma la curiosità ebbe il sopravvento. Prese la caraffa dal tavolo e bevve avidamente. Poi si piegò sulla mappa: la scritta era comparsa nel punto dove iniziava il Prato Veleno, vicino alla confluenza tra il Fiume Corvo e il Fiume di Mezzo. «Nharlan…mai sentito» rimuginò. «Sarà un villaggio sperduto in qualche acquitrino putrido…” pensò. Un senso di vertigine l’investì come un Tricorno in fuga. “Ci penseremo domani” mormorò prima di addormentarsi.