Obscura visio
Nicola Zambelli
I rovi che invadevano lo stretto sentiero sembravano dita ossute pronte a strappare le carni degli sventurati che si addentravano nel bosco. Le bestie notturne se ne stavano chiuse nelle loro tane, immobili. Il silenzio innaturale era rotto solo dal battere di passi rapidi sul terriccio umido. Frida correva guardandosi intorno e voltandosi spesso a controllare il viottolo alle sue spalle. Le maniche della camicia erano strappate, la lunga gonna drappeggiata era ridotta a uno straccio e innumerevoli striature verdi e marroni avevano rovinato il delicato color crema della veste. La mano destra era stretta intorno alla pietra rosso sangue al centro del pendente che portava al collo. Respirava con affanno, mentre il buio ingoiava inesorabile la strada macinata dai suoi stivaletti. Quando finalmente vide una flebile luce fendere l’oscurità, in fondo al sentiero, Frida aumentò la velocità fino alla radura dove sorgeva un grande casale di pietra e malta. La luce che l’aveva guidata proveniva da una tremolante torcia sorretta da un uomo avvolto in un mantello nero. Il cappuccio gli nascondeva parte del volto, ma non celava la brutta cicatrice che dal mento scendeva lungo il collo. Alla cintura portava una spada a una mano. Frida non perse un istante e giunse alla porta presidiata. «Vi prego, fatemi entrare.» Per tutta risposta l’uomo sguainò la lama e la puntò alla gola della cortigiana, costringendola ad arretrare. «Qui non entra nessuno. Tornate da dove siete venuta.» Lo sguardo di Frida si fece disperato, mentre sollevava due lembi della lunga gonna. Tra le pieghe e gli strappi mostrò le gambe martoriate da lunghi graffi rossi che rigavano la pelle chiara fino alle cosce e forse oltre. L’uomo si fece attento, deciso a investigare fin dove arrivassero i segni. Frida si guardò di nuovo alle spalle con ansia. «Vi prego, farò tutto quello che volete!» L’uomo ghignò e con la lama cercò di sollevare la gonna, piegandosi per avere una visuale migliore. Frida gli sferrò una ginocchiata al volto, estrasse fulminea uno spillone dalla sua acconciatura e lo piantò decisa nel collo del gregario, perforando senza sforzo la stoffa del mantello. L’uomo cadde a terra con la faccia nell’erba bagnata. «Se con le buone non funziona…» Si strappò i resti della gonna lunga, per restare con una più corta in pelle, stretta in vita da una cintura cui erano appesi cinque coltelli da lancio e un sacchetto pieno e ben chiuso. Recuperò lo spillone, lo ripulì dal sangue sul mantello del soldato e se lo riaccomodò tra i capelli. Perquisì il cadavere in cerca del mazzo di chiavi. Oltre a quello, trovò poche monete, la paga per la notte di guardia che gli era costata la vita. Prima di inserire la chiave sbirciò dalla serratura. Non vide nulla se non una densa coltre nera, eppure le finestre sembravano fievolmente illuminate. «Magia. Lo sospettavo.»