Le due chiavi
Valentina Zunino
Isa trasalì e piegò la testa in fretta, il cappuccio ispido della tunica che cadeva in avanti sfregandole il cranio rasato di fresco. Le altre novizie avevano già chinato il capo e lei era l’unica a guardare in alto, verso il mosaico che il sole illuminava in pieno, le aureole ramate delle sante che brillavano come appena fuse. “Oh, elevatissima gloria,” intonò flebile, tanto nel coro assordante prodotto dalle altre novizie nessuna si sarebbe accorta della sua mancanza di entusiasmo. Isa non si era mai sentita più a disagio in vita sua. Un disagio che era aumentato per settimane a ogni digiuno, a ogni ora di raccoglimento, a ogni litania ripetuta fino alla nausea. Perché lo fate? Questa era la domanda che avrebbe voluto fare, scrollando le novizie, urlando in faccia alla badessa e alle monache dell’ordine. Non capite che non sarà mai abbastanza? Tanto gli Dei hanno smesso di rispondere. “Oh, elevatissima gloria,” intonò ancora, cercando di concentrarsi sulla preghiera. Ma quel luogo e la sua cieca devozione le ricordavano troppo il passato, le donne di Toquenir che pure sfinite continuavano a danzare in mezzo ai campi aridi, sotto un cielo che rimaneva azzurro limpido e senza nuvole. Forse Ada aveva ragione, Isa pensò con improvviso sconforto, forse casa è dove ritorna il tuo cuore. Forse una parte di me rimarrà sempre con quelle danzatrici dai piedi sanguinanti, in attesa di un intervento divino che non arriverà mai. Ma non doveva pensare ad Ada. Non poteva distrarsi. “Oh, elevatissima gloria,” intonò ancora, facendo finta di essere solo una novizia come tante altre, convinta nonostante tutto che gli Dei la stessero ascoltando. Alla fine della preghiera le novizie vennero condotte lungo la navata laterale e dentro una cappella. All’interno c’era una piattaforma rialzata e sopra la statua di una santa che doveva essere Alaericia, la patrona del monastero, incoronata da un’aureola di rame battuto. Le statue sacre a cui Isa era abituata erano sempre inespressive, invece in questo caso le labbra lignee della santa erano incurvate in un sorrisetto beffardo, le sopracciglia corrucciate, gli occhi di giada che guardavano verso l’alto con impazienza. Forse stava aspettando l’arrivo di un Dio, e da quel poco che ne sapeva Isa su Alaericia, la santa sembrava proprio il tipo capace di lamentarsi per il ritardo. La badessa si inchinò davanti alla statua, poi con un’agilità sorprendente per la sua età saltò sopra la piattaforma usando la mano protesa della santa come punto d’appoggio. La badessa avvicinò il viso a quello della statua e le sussurrò qualcosa nell’orecchio. Il pavimento tremò, una porzione rettangolare della cappella scivolò all’indietro e di lato, rivelando un’apertura. “Fate attenzione ai gradini, mie dilette,” disse la badessa, “sono molto ripidi.”