I Dannati del Sècia

Davide Savorelli

Il fiume s’era ingrossato a dismisura. L’acqua continuava a crescere da giorni e nessuno sapeva più a che santo votarsi. Quella massa vorticosa e furiosa faceva paura: scendeva a valle veloce e imponente, trascinando con sé ramaglie e tronchi d’albero, bestie morte e ciarpame. Gli argini tremavano sotto i colpi costanti di quella rabbia rapinosa. Ma era il boato della piena a suscitare terrore: un ringhio sommesso e inquietante, un mugghiare minaccioso che prometteva sciagure. Giorno e notte gli abitanti di Dosso Scaffa s’inerpicavano sulle ripide salite dei contrafforti arginali per verificare la situazione, sempre con la segreta speranza che fosse migliorata: ma venivano puntualmente delusi. Il Sècia continuava a montare: solo Dio avrebbe deciso se salvarli o sommergerli. Anche padre Crispino era in ansia perla sua gente. Guardavano a lui, confidando che avesse una soluzione, ma il religioso rimaneva istupidito come tutti di fronte a quell’incombente fatalità. Nessuno aveva il coraggio di proporre l’unica via d’uscita possibile: abbandonare tutto per salvarsi la pelle. Eppure, come spesso accade, la comunità della pianura credeva ancora in un miracolo che potesse scamparla dalla rovina. E allora, nottetempo, ci fu chi andò dalla Nina Dei Bastoni. Quando le preghiere alla Madonna non bastavano, quando le invocazioni al Salvatore e ai Santi erano inutili, ci si affidava a lei. Era una strega? Una guaritrice? Un’indovina? Nessuno si azzardava a darle una definizione. Si sapeva soltanto che talora era in grado di riuscire a risolvere situazioni che si credevano ormai disperate. Così, non avendo nulla da perdere, una delegazione spontanea si portò in incognito alla casa della fattucchiera. Erano in quattro: Luca del Monte, Marco del Carbonaio, Matteo della Pezzagrande e Giovanni della Matta. L’iniziativa era stata presa la notte precedente, mentre presidiavano impotenti gli argini. Nella luce del plenilunio si scrutavano silenziosi l’un l’altro: ciascuno poteva leggere sul viso degli altri la stanchezza dei giorni preoccupati, scrutare gli occhi arrossati di veglia, le guance tirate dal peso dell’inesorabile. Bastarono poche parole smozzicate, in un dialogo spezzettato di sottintesi e punteggiato d’eloquenti reticenze, perché gli uomini dei campi s’intendessero e si accordassero per l’indomani.

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2020-10-04T22:00:25+02:00 04 Ottobre 2020|

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